La città dei vivi, la città dei morti…

Ai confini della terra di nessuno[1] un segno testimonia la nascita di una umanità consapevole: la sepoltura, prima e sensibile prova della preoccupazione di una comunità e dell’individuo per la morte. Gli uomini della preistoria vengono sotterrati a immagine e somiglianza dei vivi e da questi “ereditano” cibo, armi, vestiti, desideri, amori, rabbia, risentimenti.[2]

 

Cimitero ebraico di Praga

 

Gli studi di antropologia concordano nel fissare l'inizio della civilizzazione al momento in cui l'homo sapiens comincia a seppellire i morti della propria specie.

Affinché il ciclo vitale trovi il suo completo compimento, occorre restituire la carne a uno degli elementi “fondativi”, riportando la materia di cui si compone ad una delle quattro patrie della morte (e della vita): l’aria, l’acqua, la terra o il fuoco[3]

 

 

Il legame che tiene insieme l’uomo alla natura di cui rappresenta una propaggine trova nelle forme e nei modi della sepoltura la sua epifania, le modalità del ritorno inevitabile alla terra si appalesano nel rito inverso della creazione.

 

Il significato associato alla parola morte è profondamente diverso ma allo stesso tempo stesso fortemente “codificato” in ogni civiltà; ogni epoca storica ne ha definito una sua “rappresentazione” dove alla pratica per la conservazione dei defunti fanno da complemento e completamento i riti del ricordo.

La parola "Cimitero", comunemente usata per definire il recinto della conservazione dei corpi e della memoria, deriva dal greco κοιμητήριον (koimetérion, "luogo di riposo": il verbo κοιμᾶν ("koimân") significa "fare addormentare"), attraverso il tardo latino cœmeterium; [4] non è però raro trovare la dizione camposànto la cui genesi riferisce alla sepoltura cristiana dove, ai bordi delle Chiese, diventa il luogo della sepoltura dei morti.

La forma assunta dalla sepoltura nelle epoche storiche rappresenta la capacità di una comunità di riportare il proprio patrimonio epico e spirituale; in questa ottica l’aldilà diventa un mondo parallelo in cui la tomba, monumento fisso e immobile, si raffronta con i cicli del ricordo perenne, nel culto dei morti; l’uomo nelle diverse vicende storiche ha di fatto costruito la città dei morti come specchio e continuum della città dei vivi.

La rappresentazione della morte, densa di sentimenti che muovono dalla nostalgia di una primitiva Arcadia e dal romantico e struggente riconoscimento di un passato naturale, si afferma dentro il palcoscenico artificiale del giardino recinto, bosco primordiale che “contiene” l’architettura sacra…[5] perché… Dio riceve tutte le nostre anime nei Santi luoghi fioriti, in luoghi votati al silenzio, dai freschi prati, bagnati da ruscelli… [6] recinti ordinati in campi, trascrizione terrestre dell’Eden perduto e, ancora una volta, promesso…[7]

 

Capriolo nel bosco-cimitero di Basilea

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[1] E.Morin L’homme et la mort, Editions du Seuil, Paris, 1976

[2] Cimiteri, Luigi Franciosini, m.e. architectural book and review, 2011

[3] La poetique de l’espace, G. Bachelard, Les Press Universitaries de France, Paris, 1957

[4] Voce Cimiteri in WikiPedia

[5] Cimiteri, Luigi Franciosini, m.e. architectural book and review, 2011

[6] L’homme davant la mort, Editions du Seuil, Paris, 1977

[7]L’art des jardins, P. Grimal, Les Press Universitaries de France, Paris, 1974

 

 

01 Novembre 2013 By Renzo Ullucci

 

 



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Commenti: 3
  • #1

    x (venerdì, 01 novembre 2013 09:41)

    bello, una profonda riflessione come non se ne leggono molte in internet. bravo architè

  • #2

    mister x (venerdì, 01 novembre 2013 13:15)

    superbo, bravi wagliu

  • #3

    paolo (venerdì, 01 novembre 2013 21:19)

    sei un fuoriclasse

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